I ciclisti mi sono antipatici

(per chi invece li trova tutto sommato persone gradevoli, si consiglia la lettura di questo)

In quanto biker, sono conscio di appartenere ad una categoria che non gode di grande fama, e sulla quale girano parecchi pregiudizi. Consola però, ed è consolazione perfida, pensare che c’è chi sta peggio: mi riferisco ai ciclisti.
Parlando con le persone infatti, l’impressione è che dai motociclisti un certo tipo di comportamento è atteso, e quindi in qualche modo viene condonato; ai ciclisti invece non viene perdonato nulla, e vengono attaccati con una veemenza che è proporzionale alla loro mancanza di difese (o forse dovrei frequentare gente mentalmente più equilibrata).

É peraltro vero che alcuni ciclisti non danno certo una mano alla causa. Basti pensare per esempio a chi si immette nel traffico con tempi e modi inopportuni

oppure senza nemmeno guardare.

Per non parlare dello zocolo duro di irriducibiil che conducono una battaglia personale contro i semafori. Sembra totalmente illogico pensare che gli utenti della strada più deboli e indifesi si dedichino a comportamenti ad alto rischio come il passare col rosso (ecco un altro esempio), ma la casistica è nutrita. Ecco un primo esempio classico,

mentre qui abbiamo una variazione sul tema, con coinvolgimento delle strisce pedonali

Fatto salvo quanto sopra, sono convinto che se si limitassero a gettarsi sotto i paraurti, o a bruciare i semafori, i ciclisti sarebbero considerati non più di una colorata bizzarria della circolazione. Il problema è che nel loro arsenale di manovre irritanti, i nostri amici di lycra vestiti annoverano un non plus ultra, una vera arma di incavolatura di massa, una manovra in grado di far sbroccare il più placido dei conducenti, e suscitare istinti poco cristiani persino nel Dalai Lama (ammesso che abbia la patente): la marcia di gruppo in mezzo alla strada.

É davvero duro accettare di doversi accodare dietro un gruppo di veicoli che, a rigor di Codice, dovrebbero lasciare la maggior parte della corsia libera. Eppure questo comportamento, che sembra gratuitamente provocatorio nella sua sistematicità, è in realtà un naturale meccanismo di auto-difesa (battutona…), e basterebbe poggiare le natiche su un sellino per un paio d’ore per rendersene conto.

Per spiegare il concetto, partiamo da un risultato empirico:maggiore la porzione di corsia lasciata libera dalla bici, minore la distanza di sicurezza durante il sorpasso, con tutto quello che ne consegue ( qui si discute della questione). Il risultato non vale solo per i ciclisti; per una veloce (altra battutona) conferma, basta affrontare il traffico di una superstrada a bordo di un cinquantino.

Per un ciclista, mettersi tutto sulla destra è un invito a farsi superare a pelo, una manovra che è, o meglio, sarebbe vietata dal Codice della Strada, tanto quanto lo è occupare la corsia senza averne diritto.
Diciamo quindi che il ciclista che rispetta il codice alla lettera è sicuro solo in un mondo in cui anche gli altri lo rispettano allo stesso modo (come messo in evidenza questo ottimo post, e relativi commenti). In questo mondo ideale, un ciclista può rimanere a destra, sicuro che, al momento del sorpasso, gli verrà lsciato un adeguato spazio di sicurezza, sufficiente a compensare anche le sbandate improvvise.

Nel mondo reale, purtroppo, lo spazio di sicurezza lo lasciano in pochi, ed i ciclisti ligi alle regole rischiano pure di prendersi una portiera in faccia, a volta con conseguenze tragiche (vedi sopra).

Ecco quindi la necessità di impegnare la corsia; senza ripetere gli argomenti bene esposti nei due link precedenti, occupare lo spazio impone la propria presenza agli altri veicoli, aumentando la sicurezza. Può non essere simpatico per chi arriva da dietro, ma è una mossa razionale. La prossima volta che finite intruppati nel gruppo, provate a ricordarvelo.

Son of Giamanassa

(mi scuso per l’assenza prolungata. Per farmi perdonare, oggi post doppio, che in pratica dimezza l’attesa)

I ciclisti mi sono simpatici

(per chi invece li trova insopportabiil, si consiglia la lettura di questo)

Ogni tanto qualcuno sgrana gli occhi quando dico che vado a lavorare in moto; “Io in moto non ci andrei mai, è troppo pericoloso”. Al che di solito rispondo: “Se pensi che andare in moto sia pericoloso, non hai mai provato la bicicletta”.

Chi è mai stato su una promenade affollata sa benissimo quale ruolo la differenza di velocità ha nella circolazione; se si cammina al ritmo degli altri pedoni, gli urti sono rari, ma se si prova a correre, diventano inevitabili (ragione per cui fare jogging la domenica pomeriggio non è un’idea molto intelligente). Applicata ai veicoli, questa semplice risultanza imporrebbe di tenere mezzi a motore e /mezzi a pedale ben separati (ed entrambi lontani da chi si muove a Tacchi & Suole). Purtroppo, spesso questa separazione non è possibile, vuoi per oggettiva mancanza di spazio, vuoi per miopia in fase di progettazione della rete viaria. Il risultato è che i ciclisti si espongono a rischi raccapriccianti, e vivono una realtà fatta di collisioni quotidianamente mancate per un pelo. Ecco un paio di esempi significativi.

Notate come in entrambi i casi i conducenti nei video si accorgono della presenza delle due ruote soltanto una volta che ce l’hanno quasi sul cofano, o dentro la portiera. I ciclisti sembrano avere il dono dell’invisibilità, e non è un gran vantaggio. Non stupisce che, messi di fronte a frequenti occorrenze di questo tipo, i ciclisti abbiano sviluppato alcuni meccanismi di difesa, il più comune dei quali è occupare il maggior spazio possibile. Anche in questo caso, abbiamo un contributo dalla regia:

Di fronte ad una situazione come quella del video, la reazione immediata dell’automobilista medio (ed anche di quello superiore) è una sequela di invettive contro quegli arroganti in pantaloncini di Lycra che non rispettano il codice e stanno in mezzo alla strada. Sarebbe però utile anche guardare la situazione dall’altro punto di vista, cioè da sopra il sellino, come spiegato in questo post ed in quest’altro.

Per chi non ha tempo di leggere, ecco il riassunto operativo: maggiore la porzione di corsia lasciata libera dalla bici, minore la distanza di sicurezza durante il sorpasso, con tutto quello che ne consegue. E nel caso foste tra quelli che pensano che lasciare un metro e mezzo di spazio quando si supera una bici sia inutile, il consiglio è di tenere conto che una bici può sbandare, anche di molto

Da quanto sopra segue che alcuni comportamenti apparentemente incivili dei ciclisti hanno una certa logica; ce ne sono altri però davvero più difficili da comprendere e giustificare. Per esempio, alcuni rappresentanti della categoria sembrano avere un atteggiamento piuttosto ‘casual’ nei riguardi della propria incolumità, convinti che il compito di preservarla spetti ad altri. Mi riferisco per esempio ai ciclisti che si immettono nel traffico in momenti inopportuni

o senza proprio guardare

E questo non è certamente il peggio; oltre ad ignorare le regole basilari di prudenza, qualcuno ignora pure quelle del codice della strada, in particolare per quello che riguarda i semafori.

Non penso di essere gratuitamente polemico se osservo che si tratta di comportamenti sufficienti a rovinare quasi completamente l’immagine dell’intera categoria. Da notare che la situazione è condivisa con un’altro gruppo che non gode di grande immagine: quello dei bikers. Anche nel caso dei ciclisti a motore, infatti, il comportamento francamente irritante di alcuni è bastevole a rovinare la reputazione di tutti, comprese quelle situazioni nelle quali il motociclista è oggettivamente parte debole e offesa.
Mal comune, in questo caso, non fa affatto mezzo gaudio.

Son of Giamanassa

PS
(mi scuso per l’assenza prolungata. Per farmi perdonare, oggi post doppio, che in pratica dimezza l’attesa)

Mind the gap

Chiunque abbia mai preso la metropolitana a Londra avra’ sicuramente udito il famoso ‘Mind the Gap’. Il messaggio registrato è diffuso dagli altoparlanti delle stazioni all’arrivo di un treno, e avverte i passeggeri dello scarto tra le porte delle carrozze e il bordo della piattaforma. In alcune stazioni poste in curva, tipo quella di Bank sulla Central Line, lo scarto è davvero notevole ed in più è pure mobile, in quanto si allarga e si restringe al muoversi delle carrozze.

Cosa c’entra la Tube in questo blog? C’entra perché chi usa la moto nel traffico, di ‘gap’ (vale a dire scarti, varchi) ne vede a iosa ogni giorno, e sono quelli nei quali si infila per sfuggire agli ingorghi. Proprio come a Londra, non tutti i gap sono uguali, e dopo un po’ si impara a riconoscerli. In particolare, la qualita’ principale di un gap nel traffico non è la sua dimensione, ma la sua stabilita’; un gap stretto ma sicuro è molto meglio di un gap largo ma a rischio chiusura.

Di recente, mi sono imbattuto in un paio di esempi, uno per ciascuna categoria, nel giro di poche centinaia di metri. Gap di primo tipo: non troppo largo, ma affidabile e sicuro. In un varco del genere mi infilo senza problemi.

Poco più avanti, un gap del secondo tipo: nonostante l’aspetto largo e invitante, ho preferito non infilarmi, e rimanere a distanza di sicurezza. E infatti:

Nota aggiuntiva: avrete sicuramente notato che in uscita dalla rotatoria l’autobus rallenta in maniera evidente prima di arrivare alle strisce. Se lo avete notato, siete più accorti del conducente della OPEL, che dopo averci quasi rimesso lo specchietto, stava anche per mettere sotto un pedone. Inutile dire che cinquanta metri più avanti è finito piantato nell’ennesima coda.Gli sono sfilato di fianco scrollando lentamente il casco.

Son of Giamanassa.

PS
In tutte le stazioni della London Tube il messaggio odierno è il più completo ‘Mind the gap between the train and the platform’. La vecchia versione, il più semplice ‘Mind The Gap’ è ancora utilizzato nella sola stazione di Embankment. In un primo tempo, la nuova versione era stata introdotta anche in questa stazione, ma qualche tempo dopo il cambiamento la Transport for London, l’ente che gestisce il trasporto pubblico a Londra, e quindi anche la Tube, aveva ricevuto una richiesta molto speciale. La vedova dell’attore che aveva inciso il messaggio ‘Mind The Gap’ scrisse alla TfL, e spiegò che era solita sedersi su una panchina della stazione per aspettare l’arrivo di un treno; in quel modo, poteva sentire di nuovo la voce del suo sposo. Colpita dalla storia, TfL decise di ripristinare la versione originale del messaggio. Potete leggere i dettagli della storiaqui (in inglese)

Io e i tornanti (intermezzo motociclistico)

Vado in moto da parecchi anni, ma non ho ancora imparato a farmi piacere i tornanti; nel migliore dei casi, in quelle giornate quando la moto sembra andare da sola, li sopporto malvolentieri. I tornanti a sinistra mi piacciono poco; quelli a destra mi piacciono meno, e meno parlo di quelli in discesa meglio è.
Oggi sono andato a farmi un giro in moto. Un giro corto, poco più di un paio d’ore, ma comunque la prima uscita di questo 2017, nonché la prima da più o meno metà novembre (il tempo speso nel traffico per andare al lavoro non lo conto, quello non è andare in moto, è usare un mezzo di trasporto). Due mesi senza farsi un giro si pagano, perché certi meccanismi di guida vanno tenuti in allenamento per funzionare bene. In una giornata freddina, con cielo nuvoloso e strade umide dopo la pioggia della notte si pagano ancora di più. Se in più uno incontra sul percorso una lunga sequenza di tornanti a destra, uno più dispettoso dell’altro, il giro in moto diventa una specie di calvario delle frustrazioni. Come si può vedere nel video che segue, oggi di frustrazioni ho fatto il pieno.

Son Of Giamanassa

Il nome della cosa

What’s in a name? that which we call a rose
By any other name would smell as sweet;

(W. Shakespeare – Romeo and Juliet)

Come declamava a suo tempo il Bardo immortale, l’identita’ di un oggetto o di una persona è racchiusa nel nome. Prendete per esempio ‘pista ciclabile’; si tratta di un appellativo conciso e al tempo stesso pienamente descrittivo di ciò di cui si parla. É evidente, per esempio, che su una pista ciclabile non si può accedere con un autobus. Per lo stesso motivo, è lampante che non si può percorrere in moto una ‘zona pedonale’.

Ci sono però nomi che lasciano spazio ad alcune ambiguita’. Per esempio, quali veicoli possono circolare su una autostrada? Chiaramente, le auto-mobili vanno bene. Camion e TIR pure, visto che le regole della circolazione li identifica come auto-carri/articolati/snodati. Da qui in poi, le cose si complicano. Non c’è alcuna ‘auto’ in uno scooter o in una moto (battuta d’antan: che differenza c’è tra una moto e una macchina? La macchina si mette in moto, ma non viceversa), ma il Codice della Strada ne consente la circolazione in autostrada; questo, a volte, crea delle situazioni un po’ forzate.
Per esempio, può capitare di trovarsi in terza corsia e dover aspettare che uno scooter ‘lanciato’ a 90 all’ora completi il sorpasso di un camion che viaggia ad 85:

Oppure, può capitare di trovare un collo di bottiglia dovuto ad un mezzo lento, e scoprire che il mezzo in questione ha due ruote e un variatore

Nonostante il permesso di usarla risalga a parecchio tempo fa, alcuni scooteristi conservano una sana diffidenza nei confronti dell’autostrada. Si noti per esempio il disagio del signore qui sotto, ripreso mentre risale una rampa di accesso.

Per straordinaria coincidenza, meno di un minuto dopo ho incontrato il suo gemello, all’uscita della medesima rampa.

Stesso scooter, stessa giacca, stesso casco; la tentazione di pensare che qualcuno abbia fatto inversione all’imbocco di una galleria è piuttosto forte. Ma è il pensiero di un momento; chi potrebbe essere così imprudente dal compiere una manovra simile all’uscita di una galleria, o nei pressi di un casello?

D’accordo, d’accordo, lasciamo in pace gli amici scooteristi; in fin dei conti, loro un paio di ruote ce l’hanno, e per andare in autostrada sono senz’altro più utili di un paio di scarpe.
Eh si, avete capito bene. Si può discutere sull’opportunita’ di far circolare un ciclo-motore un po’ cresciuto su una auto-strada, ma non dovrebbero esserci dubbi che quest’ultima non è affatto adatta ai pedoni. Eppure, qualcuno sembra non aver afferrato questo semplice concetto.
Osservate per il signore del video qui sotto.

Sono abituato a vedere cose astruse, ma un uomo col trolley da viaggio su una rampa autostradale è una sorpresa anche per me. Si possono avanzare alcune ipotesi. Per esempio, il signore in questione ha un appuntamento con un autista Bla Bla Car, e per risparmiare il sovrapprezzo si è accordato per incontrarsi direttamente al casello (dove l’autista in questione dovrebbe poi fare inversione, ma abbiamo appena visto che non è un problema).
Oppure, si è semplicemente sbagliato di rampa; intendeva prendere quella che porta all’Aeroporto, ma ha infilato quella dell’autostrada (complice anche una segnaletica che, in quella zona, non è proprio chiarissima). Questa è una spiegazione plausibile, ma resta il fatto che anche la rampa per l’aeroporto non è proprio pedone-friendly, e il modo migliore di farla è senz’altro a bordo di un taxi. Forse il fatto che siamo a Genova ha la sua importanza.

Detto questo, è da osservare che questa non è la prima volta che becco gente a passeggio sulla corsia di emergenza:

E con questo, direi che per oggi è tutto.

Son Of Giamanassa

Let’s do it again!

Buonasera, ben ritrovati, e Buon Anno.

Oggi parliamo di cinema, e in particolare di remake.
Un remake è in pratica una nuova versione di qualcosa di già fatto, di solito riferito ad una opera cinematografica; in pratica, si tratta di una nuova versione di un film del passato. A dire il vero, sono stati fatti remake anche di film appena usciti, come nel caso di Vanilla Sky e Abre los Ojos ma sono casi rari (non che mi dispiaccia una scusa in più per vedere Penelope Cruz).
Alcuni remakes conservano solo la traccia dell’originale, preferendo svilupparla in maniera personale, mentre altri si limitano ad una copia pedissequa, al massimo aggiornata nei costumi e scenografie (come pare sia stato il caso della settima e quarta puntata della saga di Guerre Stellari; che poi sarebbe la prima che è uscita, ma ormai la numerazione dei film di Guerre Stellari è approdata alle frazioni ed ha perso ogni logica).

Tornando all’attualità, quello di oggi è un remake del secondo tipo; stessa ambientazione, stesso svolgimento. E stesso sbigottimento della prima volta nel constatare come alcune persone non hanno alcuna considerazione per gli altri utenti della strada, e se ne strafottono della possibilità di far del male a qualcuno (l’altra possibilità è che siano di una incompetenza abissale, nel qual caso il volante gli andrebbe comunque tolto al più presto).

Qui c’è l’originale, del quale avevamo parlato a suo tempo

E qui c’è il remake.

Si nota una fotografia decisamente migliore, ma l’azione si svolge in maniera praticamente identica, con l’unica differenza che stavolta per evitare l’impatto ho dovuto rallentare con più decisione. La legge sulla privacy mi impone di nascondere la targa dell’auto, così come la faccia della s***etta* che la guidava. Le recensioni le lascio ai lettori interessati.

Son Of Giamanassa.

*
Chiaramente volevo dire ‘sirenetta’; dopo tutto, stiamo parlando di film e remake, giusto?

Prevenire è meglio che curare

Visto che in molti ancora non ci arrivano, per evitare questo

di cui avevamo ga’ parlato qui, alcuni autisti hanno cominciato a fare questo:

Mossa che sta benissimo anche a chi va in moto, visto che lascia un sacco di spazio per passare di lato. Gli unici ad essere un po’ meno contenti saranno i carrozzieri.

Son Of Giamanassa.

PS
Buone Feste a tutti.

Intermezzo: #IoVotoNo

Ho appena messo la scheda per il voto dentro la sua busta, da inviare al consolato più vicino. Ho votato No, e penso che non sia una sorpresa. Ho votato No, perché anche se non avessi avuto alcuna ragione per farlo (ne ho più di una), non mi pare comunque che ci sia alcun motivo plausibile per votare Si. Quelli propagandati dalla pubblicità elettorale sono infatti facilmente dimostrabili come falsi, e si possono liquidare in poche righe.

  • Votando Si si risparmia sui costi della politica.
  • Questo è veramente il livello base della campagna per il Si, l’esca per i più creduloni. Secondo l’ufficio di Ragioneria Generale dello Stato, i risparmi della riforma si possono quantificare nella miseria di circa cinquanta milioni di Euro. Aggiungo una considerazione per gli ottusi che si preoccupano del costo degli organi di una democrazia rappresentativa: una dittatura è quasi gratis.

  • Votando Si meno parlamentari avranno l’immunità.
  • Per questa basta una riga. Se l’immunità per i parlamentari è una cattiva idea, allora andrebbe abolita per tutti.

  • Votando Si si semplificano le cose.
  • Certo, come no.

  • Votando Si approvare le leggi sarà più veloce.
  • Trascuriamo per un attimo la considerazione, fondamentale, che approvare velocemente una cattiva legge fa molti più danni che approvarne lentamente una buona. É da osservare che la maggior parte delle leggi è approvata con una semplice doppia lettura, senza quel ping-pong sul quale tanto batte il Presidente del Consiglio. É inoltre da osservare che, quando si vuole, il Parlamento sa essere molto veloce: per esempio, per approvare quella Legge Fornero bastarono 16 giorni.

  • Votando Si l’Italia tornerà a crescere.
  • Qui arriviamo alla professione di fede; quale sia il salto logico tra una certa forma di governo e la crescita di un paese non è dato sapere, e non viene spiegato. Per esempio, gli Stati Uniti, il cui presidente (presto ex) si è espresso a favore della riforma (nota: ma a lui chi cavolo gliel’ha chiesto?), hanno un sistema bicamerale perfetto.

    Le ragioni dichiarate per votare Si non hanno quindi ragione di essere. A cosa serve dunque la riforma? L’apparente incoerenza da parte di Mr. Obama (un Nobel per la Pace che bombarda ospedali, ricordiamolo) fornisce uno spunto interessante per rispondere a questa domanda. Invece di cercare di spiegare a cosa serve la riforma, andiamo a vedere a chi serve.

    La riforma costituzionale proposta dal governo realizza in gran parte le raccomandazioni contenute in un rapporto del 2013 della banca JP Morgan (a pagina 2 e 12). In quel rapporto si scrive esplicitamente che:

    Political systems around the periphery typically display several of the following features: weak executives; weak central states relative to regions; constitutional protection of labor rights; consensus building systems which foster political clientalism; and the right to protest if unwelcome changes are made to the political status quo.

    Tradotto: i sistemi politici dei paesi della periferia dell’eurozona hanno alcune caratteristiche in comune: esecutivi deboli; amministrazioni centrali deboli rispetto a quelle regionali; protezione costituzionale dei diritti dei lavoratori; sistemi di ricerca del consenso che favoriscono il clientelismo; e il diritto di protestare in caso di cambiamenti sgraditi allo status quo.

    La riforma proposta incontra in pieno almeno i primi tre punti del documento della banca americana (nonché un paio del famoso Piano di Rinascita Democratica della Loggia P2). Quanto alla protezione dei diritti dei lavoratori, quella parte è stata già sistemata dagli ultimi tre governi, implementando con cura le raccomandazioni contenute nella famosa lettera scritta nel 2011 dalla Banca Centrale Europea all’allora governo Berlusconi.
    La Banca centrale Europea è un altra forte sostenitore della riforma proposta.
    Così come lo è la Confindustria, nella sua quasi totalità. E come lo è, giusto per fare un nome, Flavio Briatore.

    Direi che ce n’è abbastanza per tirare le somme: la riforma costituzionale serve a proseguire l’arretramento dei diritti dei lavoratori e delle classi medie. É uno strumento per lo smantellamento di quei diritti costituzionali (primi tra tutti al lavoro e alla salute) che sono stati la base dello sviluppo economico del Paese.
    Quelli che si schierano oggi a favore di una riforma della Costituzione promossa da un Parlamento incostituzionale sono tutti personaggi e organizzazioni che tifano per la regressione e l’arretramento dello Stato sociale.
    Detto altrimenti: posto che lo Stato è il luogo di mediazione del conflitto sociale, avere meno Stato fa gli interessi di una sola delle parti in conflitto, ed è la parte che sostiene la riforma.

    La riforma è uno strumento di repressione sociale e salariale, così come lo è stato e continua ad esserlo l’adesione alla moneta unica (per motivi che esulano da questo testo: invito chi è interessato a riflettere a cosa succede al prezzo delle merci in due paesi con inflazioni diverse che usano la stessa moneta). La corrispondenza tra sostenitori della seconda e della prima è quasi perfetta, e non a caso.

    Occorre riconoscere, e sarebbe una constatazione ridicola se non fosse tragica, che i piani di deforma costituzionale ricevono l’appoggio di parecchia gente che ha tutto da perdere dalla loro approvazione. Gente per esempio che considera lo Stato nazionale come l’origine del male e delle guerre, e quindi vede di buon occhio il suo arretramento e magari pure la sua abolizione; che è un po’ come voler abolire gli ospedali per non avere più malattie. Oppure, gente che vede nello Stato un moloch grassatore e inefficiente, che ruba risorse ai cittadini onesti per bruciarle nel vulcano del malaffare. Costoro vedono nella riforma un mezzo per sottoporre finalmente lo Stato alla disciplina purificatrice del Mercato, di sicuro uno degli obiettivi principali dei Padri Costituenti e dei partigiani che diedero la vita per arrivare ad avere una Costituzione.
    Da ultimi, ci sono quelli che riconoscono che la riforma è orrenda, scritta coi piedi, controproducente, foriera di innumerevoli conflitti tra istituzioni ma…voteranno Si perché comunque bisogna cambiare qualcosa. Il cambiamento come valore in se’, a prescindere dal merito; il cambiamento come fine ultimo, anche se arriva a mezzo di terremoto.

    Concludo: basta vedere a quale classe sociale appartegono i sostenitori, per capire che un voto per il Si converrebbe soltanto a loro, e a nessun altro.

    Decidersi, comunicare.

    Ricordate il nostro amico con la Mercedes del post precedente? Penso di aver incontrato sua moglie, lo stile di guida corrisponde: freccia a caso, direzione ondivaga, piglio titubante.

    Scherzi a parte, mi pare che l’episodio abbia una morale utile, che si può riassumere in due parole: decidersi, comunicare.

    Decidere con buon anticipo dà tempo per preparare le proprie mosse, e mettersi nella posizione giusta senza affanni. Ogni riferimento a quelli che in autostrada si tuffano all’ultimo momento dalla corsia di sorpasso verso l’uscita è puramente casuale, ovviamente.

    Comunicare con precisione le proprie intenzioni consente agli altri conducenti di regolarsi di conseguenza, e pianificare a propria volta le proprie mosse. La comunicazione non avviene soltanto tramite i mezzi canonici (le frecce); le incertezze e le indecisioni di chi è al volante si riflettono nel modo in cui il mezzo condotto sta in strada. In altre parole, ogni mezzo riflette in un certo senso il ‘linguaggio del corpo’ di chi lo conduce, ed i segnali conseguenti sono captati molto bene da chi sta intorno, proprio come avviene in qualsiasi occasione sociale.
    Chi è indeciso manda segnali contraddittorii, e complica il compito di chi gli sta intorno. Personalmente, una delle situazioni più delicate che possono capitarmi quando sono in moto è seguire un auto che procede troppo lenta rispetto alle condizioni prevalenti, con frequenti cambi di ritmo e frenate random; chi è al volante chiaramente non sa dove andare, ed è così intento a cercare punti di riferimento che non presta alcuna attenzione agli altri veicoli. Nonostante le basse velocità in gioco, sorpassare in queste condizioni è molto rischioso; la persona al volante può scartare o decidere di svoltare senza alcun preavviso, magari non appena si accorge di avera appena passato il civico che stava cercando.

    Tornando alla protagonista del video odierno, la signora azzecca due cose su tre:

    – è decisa, sa dove andare. Nel caso, la seconda uscita della rotatoria.
    – comunica con chiarezza, mettendo la freccia con buon anticipo e muovendo l’auto come per uscire.

    Purtroppo per lei, comunicare con tempismo una decisione sbagliata non aiuta molto. La seconda uscita non è quella che le serve, ed il risultato è un minuetto in mezzo alla strada che finisce con un sorpasso all’interno in piena rotatoria. Secondo me, è ancora lì che gira.

    Son Of Giamanassa.
    #IoVotoNo

    PS
    Il soliot grazie a Paoblog per la segnalazione di un paio di refusi.