Intermezzo: #IoVotoNo

Ho appena messo la scheda per il voto dentro la sua busta, da inviare al consolato più vicino. Ho votato No, e penso che non sia una sorpresa. Ho votato No, perché anche se non avessi avuto alcuna ragione per farlo (ne ho più di una), non mi pare comunque che ci sia alcun motivo plausibile per votare Si. Quelli propagandati dalla pubblicità elettorale sono infatti facilmente dimostrabili come falsi, e si possono liquidare in poche righe.

  • Votando Si si risparmia sui costi della politica.
  • Questo è veramente il livello base della campagna per il Si, l’esca per i più creduloni. Secondo l’ufficio di Ragioneria Generale dello Stato, i risparmi della riforma si possono quantificare nella miseria di circa cinquanta milioni di Euro. Aggiungo una considerazione per gli ottusi che si preoccupano del costo degli organi di una democrazia rappresentativa: una dittatura è quasi gratis.

  • Votando Si meno parlamentari avranno l’immunità.
  • Per questa basta una riga. Se l’immunità per i parlamentari è una cattiva idea, allora andrebbe abolita per tutti.

  • Votando Si si semplificano le cose.
  • Certo, come no.

  • Votando Si approvare le leggi sarà più veloce.
  • Trascuriamo per un attimo la considerazione, fondamentale, che approvare velocemente una cattiva legge fa molti più danni che approvarne lentamente una buona. É da osservare che la maggior parte delle leggi è approvata con una semplice doppia lettura, senza quel ping-pong sul quale tanto batte il Presidente del Consiglio. É inoltre da osservare che, quando si vuole, il Parlamento sa essere molto veloce: per esempio, per approvare quella Legge Fornero bastarono 16 giorni.

  • Votando Si l’Italia tornerà a crescere.
  • Qui arriviamo alla professione di fede; quale sia il salto logico tra una certa forma di governo e la crescita di un paese non è dato sapere, e non viene spiegato. Per esempio, gli Stati Uniti, il cui presidente (presto ex) si è espresso a favore della riforma (nota: ma a lui chi cavolo gliel’ha chiesto?), hanno un sistema bicamerale perfetto.

    Le ragioni dichiarate per votare Si non hanno quindi ragione di essere. A cosa serve dunque la riforma? L’apparente incoerenza da parte di Mr. Obama (un Nobel per la Pace che bombarda ospedali, ricordiamolo) fornisce uno spunto interessante per rispondere a questa domanda. Invece di cercare di spiegare a cosa serve la riforma, andiamo a vedere a chi serve.

    La riforma costituzionale proposta dal governo realizza in gran parte le raccomandazioni contenute in un rapporto del 2013 della banca JP Morgan (a pagina 2 e 12). In quel rapporto si scrive esplicitamente che:

    Political systems around the periphery typically display several of the following features: weak executives; weak central states relative to regions; constitutional protection of labor rights; consensus building systems which foster political clientalism; and the right to protest if unwelcome changes are made to the political status quo.

    Tradotto: i sistemi politici dei paesi della periferia dell’eurozona hanno alcune caratteristiche in comune: esecutivi deboli; amministrazioni centrali deboli rispetto a quelle regionali; protezione costituzionale dei diritti dei lavoratori; sistemi di ricerca del consenso che favoriscono il clientelismo; e il diritto di protestare in caso di cambiamenti sgraditi allo status quo.

    La riforma proposta incontra in pieno almeno i primi tre punti del documento della banca americana (nonché un paio del famoso Piano di Rinascita Democratica della Loggia P2). Quanto alla protezione dei diritti dei lavoratori, quella parte è stata già sistemata dagli ultimi tre governi, implementando con cura le raccomandazioni contenute nella famosa lettera scritta nel 2011 dalla Banca Centrale Europea all’allora governo Berlusconi.
    La Banca centrale Europea è un altra forte sostenitore della riforma proposta.
    Così come lo è la Confindustria, nella sua quasi totalità. E come lo è, giusto per fare un nome, Flavio Briatore.

    Direi che ce n’è abbastanza per tirare le somme: la riforma costituzionale serve a proseguire l’arretramento dei diritti dei lavoratori e delle classi medie. É uno strumento per lo smantellamento di quei diritti costituzionali (primi tra tutti al lavoro e alla salute) che sono stati la base dello sviluppo economico del Paese.
    Quelli che si schierano oggi a favore di una riforma della Costituzione promossa da un Parlamento incostituzionale sono tutti personaggi e organizzazioni che tifano per la regressione e l’arretramento dello Stato sociale.
    Detto altrimenti: posto che lo Stato è il luogo di mediazione del conflitto sociale, avere meno Stato fa gli interessi di una sola delle parti in conflitto, ed è la parte che sostiene la riforma.

    La riforma è uno strumento di repressione sociale e salariale, così come lo è stato e continua ad esserlo l’adesione alla moneta unica (per motivi che esulano da questo testo: invito chi è interessato a riflettere a cosa succede al prezzo delle merci in due paesi con inflazioni diverse che usano la stessa moneta). La corrispondenza tra sostenitori della seconda e della prima è quasi perfetta, e non a caso.

    Occorre riconoscere, e sarebbe una constatazione ridicola se non fosse tragica, che i piani di deforma costituzionale ricevono l’appoggio di parecchia gente che ha tutto da perdere dalla loro approvazione. Gente per esempio che considera lo Stato nazionale come l’origine del male e delle guerre, e quindi vede di buon occhio il suo arretramento e magari pure la sua abolizione; che è un po’ come voler abolire gli ospedali per non avere più malattie. Oppure, gente che vede nello Stato un moloch grassatore e inefficiente, che ruba risorse ai cittadini onesti per bruciarle nel vulcano del malaffare. Costoro vedono nella riforma un mezzo per sottoporre finalmente lo Stato alla disciplina purificatrice del Mercato, di sicuro uno degli obiettivi principali dei Padri Costituenti e dei partigiani che diedero la vita per arrivare ad avere una Costituzione.
    Da ultimi, ci sono quelli che riconoscono che la riforma è orrenda, scritta coi piedi, controproducente, foriera di innumerevoli conflitti tra istituzioni ma…voteranno Si perché comunque bisogna cambiare qualcosa. Il cambiamento come valore in se’, a prescindere dal merito; il cambiamento come fine ultimo, anche se arriva a mezzo di terremoto.

    Concludo: basta vedere a quale classe sociale appartegono i sostenitori, per capire che un voto per il Si converrebbe soltanto a loro, e a nessun altro.

    Decidersi, comunicare.

    Ricordate il nostro amico con la Mercedes del post precedente? Penso di aver incontrato sua moglie, lo stile di guida corrisponde: freccia a caso, direzione ondivaga, piglio titubante.

    Scherzi a parte, mi pare che l’episodio abbia una morale utile, che si può riassumere in due parole: decidersi, comunicare.

    Decidere con buon anticipo dà tempo per preparare le proprie mosse, e mettersi nella posizione giusta senza affanni. Ogni riferimento a quelli che in autostrada si tuffano all’ultimo momento dalla corsia di sorpasso verso l’uscita è puramente casuale, ovviamente.

    Comunicare con precisione le proprie intenzioni consente agli altri conducenti di regolarsi di conseguenza, e pianificare a propria volta le proprie mosse. La comunicazione non avviene soltanto tramite i mezzi canonici (le frecce); le incertezze e le indecisioni di chi è al volante si riflettono nel modo in cui il mezzo condotto sta in strada. In altre parole, ogni mezzo riflette in un certo senso il ‘linguaggio del corpo’ di chi lo conduce, ed i segnali conseguenti sono captati molto bene da chi sta intorno, proprio come avviene in qualsiasi occasione sociale.
    Chi è indeciso manda segnali contraddittorii, e complica il compito di chi gli sta intorno. Personalmente, una delle situazioni più delicate che possono capitarmi quando sono in moto è seguire un auto che procede troppo lenta rispetto alle condizioni prevalenti, con frequenti cambi di ritmo e frenate random; chi è al volante chiaramente non sa dove andare, ed è così intento a cercare punti di riferimento che non presta alcuna attenzione agli altri veicoli. Nonostante le basse velocità in gioco, sorpassare in queste condizioni è molto rischioso; la persona al volante può scartare o decidere di svoltare senza alcun preavviso, magari non appena si accorge di avera appena passato il civico che stava cercando.

    Tornando alla protagonista del video odierno, la signora azzecca due cose su tre:

    – è decisa, sa dove andare. Nel caso, la seconda uscita della rotatoria.
    – comunica con chiarezza, mettendo la freccia con buon anticipo e muovendo l’auto come per uscire.

    Purtroppo per lei, comunicare con tempismo una decisione sbagliata non aiuta molto. La seconda uscita non è quella che le serve, ed il risultato è un minuetto in mezzo alla strada che finisce con un sorpasso all’interno in piena rotatoria. Secondo me, è ancora lì che gira.

    Son Of Giamanassa.
    #IoVotoNo

    PS
    Il soliot grazie a Paoblog per la segnalazione di un paio di refusi.

    Quanto ti voglio bene…

    Lo sguardo è ben rivolto avanti, e in fondo al viale compare il semaforo. Bastano pochi istanti, ed hai già valutato la lunghezza della coda e la velocita delle auto, molto bassa, il che vuol dire che il verde è scattato da pochissimo. L’occhiata allo specchietto è un riflesso automatico, così come il controllo a lato.
    Una leggera pressione sul volante, l’auto cambia corsia e la strada si apre di fronte a te. Non hai nemmeno dovuto scalare, hai giusto mollato un attimo il gas per adattare la velocità, ed ora non ti resta che completare il sorpasso e goderti il risultato di una manovra ben fatta.
    E poi arriva Lui.
    Lui, e il suo telefono con più potenza di calcolo dell’Apollo 11, evidentemente senza vivavoce. Lui, con un GPS sul cruscotto che se lo avesse avuto Annibale a quest’ora eravamo tutti tunisini, ma non basta per fargli capire dove andare.
    Lui, che si piazza a cavallo di due corsie, e delibera con calma il da farsi, e tu non capisci se si leverà di torno o se deciderà di tagliarti la strada.
    Insomma, Lui, questo tizio qui:

    E tutta la tua manovra, le tue valutazioni, l’anticipo delle situazioni stradali e la gestione del mezzo all’improvviso non servono a nulla; ti tocca scalare due marce, fermarti o quasi, e nel mezzo alla corsia veloce, ed aspettare che Lui finalmente metta una freccia e esca di scena. Tranquillo dotto’, tanto non è che avessi poi tutta questa fretta.

    Son of Giamanssa
    #IoVotoNo

    Rimonte con sorpresa.

    Un mese e (quasi) mezzo! Non so come scusarmi per il prolungato silenzio, reso più imbarazzante dal fatto che non ho alcuna giustificazione convincente. Non mi hanno cercato come consulente per il design di nuove rotatorie, non sono partito per un giro del mondo in Ape Piaggio, non ho fatto da giudice al concorso per il miglior fattorino da Pizza. Semplicemente, per un motivo o per l’altro non ho mai avuto tempo di sedermi e scrivere qualcosa, e questo nonostante abbia continuato ad accumulare materiale. Anzi, nell’ultimo mese ho avuto un paio di piccole esperienze delle quali davvvero vorrei raccontare qualcosa; chiaramente non si tratta di eventi che cambiano una vita, ma di piccoli frammenti di guida che sono o inediti, o interessanti a livello personale, o tutte e due le cose. Ma gli impegni non mi hanno mai permesso di mettere nero su bianco.

    Stasera forse ce la faccio, o almeno posso cominciare seriamente a buttare giù qualcosa.

    Parliamo, o meglio, ri-parliamo, di filtering, cioè di rimontare le file. Di recente mi sono successe un paio di cose come minimo inusuali. Il protagonista del primo caso è uno scooterista.
    É il caso di dire che quando rimonto una fila, se vedo una moto in mezzo alle auto divento immediatamente sospettoso. Con una moto, non c’è alcuna ragione di sorbirsi il traffico e rimanere in coda come un’auto; tanto varrebbe allora usarne una, e per lo meno stare comodi e al caldo. In genere, chi sta in coda con una moto lo fa per un paio di motivi ben precisi: o perché segue, o sta facendo da guida, a qualcuno in auto; oppure perché è alle prime armi, e non ha ancora la fiducia e la dimestichezza necessaria per andarsi ad infilare tra un cordolo ed una portiera, o tra due specchietti.
    Questo secondo caso è il più delicato, perché a volte i centauri alle prime armi possono anche prendere decisioni inaspettate e rischiose. E infatti…

    Dopo essere rimasto infila per un po’, il nostro amico scooterista decide che tutto sommato vale la pena sfruttare la corsia di sorpasso ‘ufficiosa’ e guadagnare un po’ di tempo. Il problema è che decide di farlo proprio mentre gli sono appaiato; il punto di ripresa non aiuta, e quindi dovete fidarvi delle mie parole, ma il tizio si è buttato verso sinistra, tagliandomi la strada di netto, senza neppure girare la testa verso lo specchietto (per non dire controllare che non ci fosse nessuno a fianco). Semplicemente, ha deciso ed è andato. Meno male che andavo piano, se no veniva con me a farsi un giro sull’aiuola centrale.
    A fine video noterete che mi posiziono alla destra dello scooter; una volta affiancatolo, ho sollevato la visiera, e gli ho indicato la presenza di quei curiosi manufatti riflettenti posti in cima a due sottili gambi di acciaio ai lati del manubrio. Volgarmente indicati col nome di specchietti, pare siano usati da alcuni pedanti della sicurezza stradale per controllare cosa succede alle proprie spalle, ed evitare di tagliare la strada a qualcuno durante le manovre di cambio corsia. Forse sarà la mia scarsa padronanza della lingua, o magari comunicare attraverso la mentoniera di un casco integrale non è il massimo; fatto sta che per tutta risposta il tizio mi ha regalato l’espressione di una buga addormentata, il che forse spiega alcune cose.

    Non conosco invece la faccia del conducente protagonista del prossimo video, ma anche lui tanto svelto non può esserlo. Mi rendo conto che possa sembrare una affermazione ricca di pregiudizio, ma non riesco a trovare una spiegazione migliore per certi comportamenti.

    Come vedete, da principio il signore segna un bel punto a suo favore, spostandosi a destra per fare spazioe alle due moto che sono davanti a me. Immediatamente dopo, decide di rovinare tutto sterzando bruscamente verso il centro strada, come per riprendersi il posto che aveva lasciato vacante; e questo, proprio mentre mi apprestavo a sfilarlo di fianco. Ancora una volta, un po’ di anticipazione, la velocità ridotta ed un freno posteriore ancora efficiente hanno evitato un contatto ravvicinato di un certo tipo. Ma non riesco ad immaginare quale mente peculiare (diciamo così) possa lanciarsi in un algoritmo come il seguente:

    – sono in mezzo alla strada, le moto non passano
    – mi faccio da parte, così le moto passano
    – appena le moto sono passate, torno in mezzo alla strada.

    La manovra di cui all’ultimo punto è abbastanza insensata di suo; farla senza controllare se ci siano altre moto nei paraggi sembra proprio un dispetto. Anche perché, come avevamo già visto (al punto 4), di solito dietro una moto che rimonta una fila ce n’è un’altra.

    Per fortuna si incontrano anche conducenti che ristorano la mia fiducia nel genere umano. Gente che presta attenzione al traffico circostante; gente che sceglie soluzioni altruiste; gente che, udite udite, usa addirittura gli specchietti, in tutti i sensi. Ecco un esempio:

    E direi che non servono altre spiegazioni.

    Son Of Giamanassa.
    (#IoVotoNo)

    PS
    Grazie a Paoblog per il controllo ortografico.

    Cosa fa un proctologo prima di una esplorazione rettale?

    É ovvio: si mette i guanti.

    Se seguite assiduamente il blog (e vi ringrazio tutti e tre per questo) forse ricordate che qualche mese fa ho partecipato ad una manifestazione motociclistica di protesta.
    Oggetto della protesta, la proposta del governo francese di introdurre la revisione obbligatoria per le moto, spacciandola come misura per diminuire il numero di vittime degli incidenti stradali. Avevo a suo tempo esposto le mie perplessità in un pezzo dedicato, che potete trovare qui.

    Nel corso del confronto tra la FFMC (la Fédération Française des Motards en Colère) e il governo, era emersa da parte di quest’ultimo la volontà di fare comunque ‘qualcosa’, volontà che sembrava tradursi in un aut-aut: o la revisione obbligatoria, o l’obbligo dei guanti omologati. Il che è come proporre un dito nel culo o una martellata sulle palle per curare l’onanismo adolescenziale.

    Il governo è poi effettivamente andato avanti, ed ha tradotto le sue intenzioni in un decreto che entrerà in vigore a partire dal 20 Novembre prossimo. Potete leggere la reazione della FFMC qui.

    Come si dice nell’articolo, l’obbligo dei guanti omologati non è che il primo passo di una strategia che mira a rendere obbligatorio un abbigliamento omologato completo. Questa non è la solita paranoia cospirazionista; è lo stesso prefetto Guyot, autore del rapporto che ha suggerito la misura appena introdotta, a confermare l’obiettivo di lungo termine. Obiettivo che verrà ottenuto tramite la solita tecnica della rana bollita (in altri ambiti si preferisce parlare di metodo Juncker); si comincia con qualcosa di piccolo, più o meno facile a fare ingoiare, e si aggiunge poi un pezzo alla volta, forti del fatto che se si accetta la prima imposizione, diventa poi difficile ribellarsi a quelle successive. É quindi da aspettarsi che negli anni a venire partirà una campagna stampa, seguita poi da obbligo di legge, per l’adozione di giubbotti, paraschiena e stivali, tutti omologati chiaramente.

    Per dirla con le parole dell’immortale ragionier Ugo, il decreto del governo è una cagata pazzesca

    Prima di tutto, l’obbligo di portare i guanti non avrà alcun effetto sull’incidentalità a due ruote e sulla mortalità conseguente, e non mi pare servano raffinate analisi statistiche per supportare questa affermazione.

    Questo, en passant, fornisce l’ennesima riprova di quanto detto a suo tempo (vedi uno dei link precedenti): se una norma è stupida, lo è in senso assoluto. Se l’alternativa è tra due norme, una stupida e inutile (i guanti obbligatori) ed una stupida e pretestuosa (la revisione obbligatoria), il fatto che la seconda sia peggio non rende automaticamente sensata la prima.

    Ma anche volendo essere estremamente benevoli, se davvero il governo fosse convinto dell’efficacia dei guanti obbligatori, logica vorrebbe che l’obbligo venisse immediatamente esteso anche alle altre categorie a rischio; per esempio, i ciclisti, le cui mani sono protette quanto quelle di parecchi bikers (e così pure il resto del corpo, ovviamente).

    Qualcuno potrebbe obiettare che i guanti da soli non fanno la differenza, ma guanti, giubbotto, stivali e paraschiena insieme la faranno; e siccome non si può introdurre un obbligo totale tutto insieme (questa è gente che ha ghigliottinato un re), lo si fa a poco a poco, di straforo, con la tecnica spiegata sopra, e si comincia dal pezzo meno intrusivo.

    E qui si arriva al nocciolo della questione: la salute è una considerazione marginale. L’obbligo dei guanti, come il (probabile) obbligo futuro di vestirsi omologati da testa a piedi è solo una medaglia al valore che il governo d’ora in poi potrà esibire alla stampa per dimostrare che ha a cuore la sorte e la salute dei suoi cittadini.

    Ma la misura è puramente demagogica. Senza stare a tirare fuori i casi in cui lo stesso Stato lucra su vizi mortali (fumo e alcool), sarebbe il caso di notare che, procedendo semplicemente con le stesse premesse che animano il prefetto Guyot e il suo rapporto, ci sarebbero tutti gli estremi per imporre il burkini unisex obbligatorio a tutti coloro che frequentano le spiagge. Per fare un esempio, in Italia ci sono oltre 3000 nuovi casi di melanoma all’anno, e questi rappresentano una piccola parte di tutti i tumori della pelle. Chi si arrostisce le chiappe sotto il sole agostano non merita forse la stessa attenzione di chi le appoggia su una sella? Non li mandiamo i vigili a controllare che almeno si sia spalmato di fattore 50?

    C’è poi la questione più profonda, più filosofica, dell’ingerenza dell’Autorità nella sfera personale dell’individuo. La convinzione cioé che l’Autorità si senta in dovere di proteggere l’individuo dalla propria stupidità, e dalle conseguenze che ne derivano, anche quando queste coinvolgono soltanto l’individuo stesso, e nessun altro. Vale a dire, e qui so benissimo di avere nel mirino una vacca sacra: perché obbligarmi a portare il casco (per non parlare dei guanti), se in caso di caduta l’unico che ci rimette sono io*?

    E qui so già che sono scattate le manine in alto: perché devo pagare le tasse per curare chi cade dalla moto e si fa male perché non portava i guanti (o il casco)?

    Ah, la splendida abitudine di ignorare il tacito contratto sociale tra cittadini e Stato, e trasformarlo in un rapporto meramente contabile come quello tra sudditi e sovrano.

    Se l’aspetto della spesa sanitaria vi interessa così tanto da subordinargli la libertà individuale, allora siate coerenti e portatelo alle logiche conseguenze. Le persone sovrappeso e obese costano alla Sanità pubblica (di qualsiasi paese) ben di più del totale dei motociclisti ammaccati; scendete quindi in piazza a domandare subito dieta e palestra obbligatoria (a sue spese, ovviamente) per chiunque abbia un indice di massa corporea oltre una certa soglia. Il ministro dell’Economia vi ringrazierà.

    Oppure andate a fare da pubblico nei talk-show serali, ed applaudite gente come questo individuo, che propone apertamente di deportare gli anziani in Africa in modo da pagare meno per il loro mantenimento.

    Non ci sono giri di parole: l’obbligo francese di portare i guanti in moto è una stronzata. É un altro frutto della fretta e della demagogia, e come tanti altri frutti è marcio dentro (qui abbiamo un altro fulgido esempio stavolta Made in Rome: ).

    L’unico sollievo è sapere che, come gran parte delle norme in materia di sicurezza stradale, verrà applicato con rigore per una settimana, e poi cadrà tranquillamente nel dimenticatoio: per esempio, mi sapete dire quando è stata l’ultima volta che avete visto fare una multa per guida con il telefonino?
    Ma è una consolazione da poco. Dimenticata in circostanze normali, la norma sprigionerà tutti i suoi effetti perniciosi in caso di emergenza. Lo scooterista fermo al semaforo e investito da dietro da un automobilista distratto da un Pokemon, si vedrà quindi decurtato il giusto indennizzo se alle mani portava due pezzi di mucca morta di razza non conforme.

    Son of Giamanassa

    *
    Giusto a titolo informativo, per andare in moto mi vesto come segue:

    – Stivali (Da moto. Non porto Camperos dai tempi della scuola media).
    – Jeans da moto ad alta resistenza (Bolid’ster modello Ride’ster).
    – Un meraviglioso giubbotto Halvarssons Safety.
    – Casco integrale.
    – E, chiaramente, guanti, degli Halvarssons Dino comprati anni fa, quindi senza etichetta CE qualsivoglia.

    Relax

    Oggi partiamo con una domanda: guardate il video qui sotto, e ditemi cosa ci vedete.

    Se la vostra risposta è stata una cosa tipo: “vedo uno che si immette alla di cane fregandosene dell’incolumità di chi arriva ed avrebbe la precedenza” non posso darvi tutti i torti. In effetti, la prima impressione è proprio quella (tra l’altro, non è la prima volta che in quel punto si verificano situazioni pericolose, come abbiamo già documentato in passato)

    Io però, nel comportamento di questo conducente vedo qualcosa di diverso. Vedo una persona schiacciata dall’ingranaggio di una vita frenetica, una persona logorata dalla fretta, una persona che non esita a rischiare un incidente pur di non rimanere qualche istante di più fermo ad un incrocio. Insomma, una persona che va aiutata a respirare con calma, a prendere la vita ad un ritmo più pacato.

    Ed è quello che ho fatto; l’ho aiutato a rilassarsi.

    Osservate come cambia il ritmo dopo il mio sorpasso (e dopo che gli ho fatto ammirare le cuciture del dito medio del guanto da moto). Osservate con quanta cura passiamo affrontiamo i pericoli potenziali di una, due, tre (!) immissioni laterali. Guardate con quanta calma scorre la strada davanti a noi e dite la verità: non vi viene voglia di respirare più lentamente?

    Ecco, per me questa è stata una esperienza positiva. Non solo perche’ ho evitato di infilarmi dentro un baule, ma perche’ il destino mi ha dato la possibilità di aiutare il prossimo, e rendere il mondo un posto migliore. A parte un maggior rispetto delle precedenze, non penso si possa volere di più.

    Son Of Giamanassa.

    PS
    Ed ora per la parte seria: non fate come me, specie se siete in moto. Non andate a mettervi muso contro muso con uno che vi ha appena fatto uno sgarbo. Superare e poi rallentare di proposito un tizio che vi ha appena tagliato la strada è una mossa stupida in auto; in moto, è potenzialmente suicida. Il tizio in questione può essere alterato, arrabbiato, violento o tutte e tre le cose insieme (dopo tutto, ha appena ignorato uno STOP). Gli ci vuole nulla, in un momento di furore, a dare gas e passarvi sopra, o superarvi per poi bloccarvi la strada e scendere dall’auto con un coltello. C’è gente che per la soddisfazione di mandare a quel paese uno stronzo non è più tornata a casa; non ne vale la pena.

    Quo Vadis?

    Quo Vadis?

    (Nota 1: Si avvertono i telespettatori che nella puntata di oggi compaiono anche filmati di repertorio)

    (Nota 2: Ben ritrovati! Passate buone vacanze?)

    Oggi parliamo di Pedoni (o Pedonibus Vulgaris, secondo la tassonomia ufficiale). Questi curiosi animali, che insistono nel muoversi senza l’ausilio di motori a combustione interna, sono particolarmente diffusi lungo i sentieri di montagna (dove però sono in misura sempre maggiore minacciati dall’avvento del Ciclistus Invadentis), e sui seggiolini degli autobus.

    Occasionalmente, i Pedoni abbandonano il loro habitat naturale e si spingono in territori ad alta concentrazione di asfalto, un fenomenoancora non del tutto compreso, che da luogo a comportamenti invero curiosi.

    In particolare, una volta in ambiente urbanizzato i Pedoni entrano a stretto contatto con i loro predatori principali (ovvero i Conducentis, nelle sottospecie Ottusus e Prepotentum), e questa vicinanza sembra alterare le loro capacità mentali di base. Questo spiegherebbe per esempio la tendenza a nascondersi dal lato cieco delle curve, come dimostrato da questo filmato, girato nelle vicinanze di un parcheggio.

    Qui abbiamo invece un altro esempio; l’ambiente è più agreste, ma la logica di base è molto simile.

    Nei casi più gravi, il Pedone dimostra segni di confusione quasi completa, e prende a vagare senza una direzione precisa, finendo quasi con l’andare addosso, da solo, ai propri nemici giurati.

    Secondo numerosi studi, l’attraversamento di una strada è una delle situazioni più complicate da affrontare per un Pedone. Messi di fronte al problema di raggiungere il marciapiede opposto, i Pedoni adottano i comportamenti più strani e variegati.

    Osservate per esempio come questo esemplare femmina, seguito dal suo piccolo, faccia uso delle strisce, ma fallisca completamente nel gestire l’informazione proveniente dal semaforo


    L’utilizzo delle strisce pedonali rappresenta comunque un comportamento già evoluto; in genere, durante l’attraversamento il Pedone utilizza la traiettoria più semplice, quella dritta, con scarsa cognizione di eventuali pericoli.

    Quello dell’esemplare qui sotto è un caso emblematico:

    Abbiamo la tendenza a nascondersi dal lato cieco della curva, e la scelta di una traiettoria dritta ma esposta. In più, è da osservare la reazione del Pedone una volta che si accorge della presenza di una vettura. Ad un primo momento di panico, che arresta completamente i movimenti, segue una fase di attività frenetica e poco coordinata; notare come il Pedone si volti e si lanci sulla traiettoria della vettura, un comportamento che secondo gli etologi punta a sorprendere il Conducentis, e indurlo a frenare tramite la sollecitazione di sensi di colpa ancestrali (la prospettiva di una lunga indagine da parte della polizia municipale, nonché la necessità di rimuovere le macchie di sangue dal paraurti sembrano essere altri fattori importanti).

    Prima di concludere, corre l’obbligo di segnalare quella che molti definiscono uno sviluppo dirompente: l’emergere di una nuova specie di Pedone. La scoperta deve ancora essere confermata, ma nel frattempo c’è chi ha già proposto un nome: Pedonibus Iperconnessus (ma altri suggeriscono di definirlo come Ignarus). A differenza di quelli normali, i Pedoni di questa sottospecie esibiscono una vistosa appendice rettangolare, localizzata di solito sopra il palmo di una delle mani. La funzione precisa di questa appendice, di aspetto liscio e riflettente, non è ancora molto chiara; è invece assodato che il Pedonibus la sfrega di continuo coi polpastrelli, e spende molto tempo fissandola come inebetito. Con un colpo di fortuna eccezionale, la nostra troupe è riuscita a filmare uno di questi esemplari allo stato brado (e con un colpo di freni altrettanto notevole, è riuscita a non metterlo sotto).

    Nel filmato, il Pedone è ripreso nell’atto di attraversare una strada senza guardare. L’appendice è chiaramente visibile sulla mano destra. Secondo alcuni scienziati, questa particolare sottospecie di Pedone si nutre prevalentemente di piccoli insetti immaginari, chiamati Porkemmon (contrazione di “Porkemmon chi c’hai sott i piede, te pare il modo d’attraversa’!”), ma al momento questa resta pura speculazione.

    Siamo giunti a conclusione di questa puntata, che ammettiamo essere stata un po’ densa e seriosa. Per farci perdonare, ci congediamo con qualcosa di più leggero e caciarone, affidando le parole di commiato ad uno dei più grandi maestri del Volgare (fiorentino, in questo caso).

    Alla prossima,

    Son Of Giamanassa

    nNel mezzo del cammin lungo la via
    mi ritrovai a percorrere una strada
    che non percepivo come mia

    Lontana ero dalla mia contrada
    unico appiglio lo schermo dell’ai-fone
    a cui aggrappavomi, come naufrago a boa in rada

    ei suggeria di cambiar direzione
    ed io, come ubbidiente ancella
    m’accinsi a seguir di lui l’indicazione

    e presi a traversar, e proprio in quella
    giunse veloce di ferro un gran destriero
    che sfuggito era del tutto dal mio sguardo

    condotto per fortuna da nocchiero
    che manovrallo allerte e con riguardo
    e con bella reazione, questo è vero

    prese a pestare il fren, senza ritardo
    Ed io fui così salva, e in un momento
    ripresami dall’emozion, con giusto un gesto

    della leggiadra man lo ringraziai; Ma che spavento!
    Poi mi girai, e preso un passo lesto
    girai sui tacchi e sciolsi la chioma al vento

    Che a inseguire i Pokemon, c’è da far presto.

    Attenzione, popolazione!

    Prima di tutto, le mie scuse per il lungo silenzio. Per un paio di settimane ho avuto molto da scrivere a proposito di un certo referendum che si è tenuto nel Regno Unito (evvai!), e questo ha rovinato un po’ il ritmo di produzione per il blog. Spero di non esservi mancato troppo.

    Fatta la premessa, passiamo all’ordine del giorno. Di solito quello che scrivo segue un filo logico tradizionale (o almeno voglio sperarlo): si parte da una premessa, la si sviluppa portando anche alcuni esempi, e si arriva ad una conclusione.
    Per il post di oggi le carte verranno rimescolate un pochino; partirò dal fondo e viaggerò a ritroso.

    Ecco quindi la fine della storia di oggi: una moto per terra, per fortuna senza danni apparenti alle persone.

    Di fronte a situazioni come questa, mi faccio alcune domande: per prima cosa, mi chiedo se qualcuno si è fatto male, e se posso essere di aiuto in qualche modo. A dire il vero, spero sempre che la risposta alla seconda domanda sia negativa; assistere una persona ferita non è una operazione che si improvvisa, e a me manca persino la formazione di base (una delle duecentotrentacinque cose che vorrei fare se trovassi il tempo).
    Una volta accertato che non ci sono danni gravi alle persone, cerco di capire la dinamica dell’incidente; un po’ per soddisfare una curiosità naturale, e un po’ per capire quali errori sono stati fatti, onde non farli a mia volta.

    Nel caso dell’incidente di cui sopra, penso di essere arrivato ad una ricostruzione quasi completa. Anzitutto, ho una ripresa dei veicoli coinvolti, fatta pochi istanti prima della collisione.

    In più, pochi minuti prima stava per capitarmi la stessa identica cosa, e praticamente nello stesso punto:

    Ripercorriamo i vari passi a ritroso, che è poi l’ordine in cui si sono svolti (se siete confusi, guardate l’ora di ciascun video, dovrebbe aiutare). Per prima cosa, in quel punto c’è spesso coda, che viene nascosta alla vista dal dosso della strada. Per cui uno esce dalla rotatoria (quella del terzo video) e accelera, aspettandosi che l’auto davanti acceleri a sua volta. Dopo di che l’auto frena di colpo, perché ha visto la coda, e chi era dietro, se non è pronto, rischia di andargli a dare un bacino sul bagagliaio; come appunto rischiamo di fare sia io che il collega in scooter (quest’ultimo più sorpreso di me, visto che arriva addirittura a mettere un piede per terra per controllare la frenata).

    Più tardi, in un punto appena avanti, troviamo l’Audi bianca e la Honda Pan European subito dietro. La strada già scende, quindi la visibilità è buona, ma il collega probabilmente è distratto. L’Audi frena a causa della coda, che c’è ancora, e la Honda ci finisce dentro. Con le (ridotte) conseguenze che abbiamo visto.

    Insomma, all’origine della storia c’è probabilmente una distrazione; il che non è una conclusione granché originale, lo ammetto. Vediamo allora di raffinarla un pochino.
    Ci sono molti modi per distrarsi; perché si è stanchi, perché si sta cercando un Pokemon (pare sia l’ultima moda) o perché si pensa di sapere già che cosa c’è sulla strada, e quindi si presta meno attenzione. Quest’ultimo comportamento è più probabile lungo i tragitti abituali, che si fanno spesso, per esempio per recarsi al lavoro. Se si fa la stessa strada ogni giorno, la si impara a memoria, ed è quindi più difficile rimanere all’erta e attenti. Anni fa, sullo stesso tema girava
    un bello spot inglese sulla sicurezza stradale.

    C’è qualcuno che ha detto (ma non ricordo dove, quindi purtroppo non posso dare il r giuto riconoscimento): quando si va in moto, fare cento volte gli stessi dieci chilometri non equivale ad aver fatto mille chilometri (vale anche per le auto, ovviamente).

    Questo collima con la conclusione di cui sopra, e con il messaggio dello spot inglese. Un tratto di strada guidato ‘a memoria’ insegna poco, e non allena quelle capacità di attenzione ed analisi che sono fondamentali per ridurre i rischi.

    Having said all this, come direbbero quelli che hanno deciso di abbandonare il Titanic Europeo, c’è da notare che è possibile distrarsi anche in luoghi che si frequentano molto di rado, e dove quindi si dovrebbe essere naturalmente portati a prestare attenzione; qui sotto fornisco un esempio piuttosto eclatante:

    (per chi se lo chiedesse, è la Promenade, proprio *quella* Promenade, ma ripresa parecchie settimane fa).

    Son of Giamanassa.