I ciclisti mi sono antipatici

(per chi invece li trova tutto sommato persone gradevoli, si consiglia la lettura di questo)

In quanto biker, sono conscio di appartenere ad una categoria che non gode di grande fama, e sulla quale girano parecchi pregiudizi. Consola però, ed è consolazione perfida, pensare che c’è chi sta peggio: mi riferisco ai ciclisti.
Parlando con le persone infatti, l’impressione è che dai motociclisti un certo tipo di comportamento è atteso, e quindi in qualche modo viene condonato; ai ciclisti invece non viene perdonato nulla, e vengono attaccati con una veemenza che è proporzionale alla loro mancanza di difese (o forse dovrei frequentare gente mentalmente più equilibrata).

É peraltro vero che alcuni ciclisti non danno certo una mano alla causa. Basti pensare per esempio a chi si immette nel traffico con tempi e modi inopportuni

oppure senza nemmeno guardare.

Per non parlare dello zocolo duro di irriducibiil che conducono una battaglia personale contro i semafori. Sembra totalmente illogico pensare che gli utenti della strada più deboli e indifesi si dedichino a comportamenti ad alto rischio come il passare col rosso (ecco un altro esempio), ma la casistica è nutrita. Ecco un primo esempio classico,

mentre qui abbiamo una variazione sul tema, con coinvolgimento delle strisce pedonali

Fatto salvo quanto sopra, sono convinto che se si limitassero a gettarsi sotto i paraurti, o a bruciare i semafori, i ciclisti sarebbero considerati non più di una colorata bizzarria della circolazione. Il problema è che nel loro arsenale di manovre irritanti, i nostri amici di lycra vestiti annoverano un non plus ultra, una vera arma di incavolatura di massa, una manovra in grado di far sbroccare il più placido dei conducenti, e suscitare istinti poco cristiani persino nel Dalai Lama (ammesso che abbia la patente): la marcia di gruppo in mezzo alla strada.

É davvero duro accettare di doversi accodare dietro un gruppo di veicoli che, a rigor di Codice, dovrebbero lasciare la maggior parte della corsia libera. Eppure questo comportamento, che sembra gratuitamente provocatorio nella sua sistematicità, è in realtà un naturale meccanismo di auto-difesa (battutona…), e basterebbe poggiare le natiche su un sellino per un paio d’ore per rendersene conto.

Per spiegare il concetto, partiamo da un risultato empirico:maggiore la porzione di corsia lasciata libera dalla bici, minore la distanza di sicurezza durante il sorpasso, con tutto quello che ne consegue ( qui si discute della questione). Il risultato non vale solo per i ciclisti; per una veloce (altra battutona) conferma, basta affrontare il traffico di una superstrada a bordo di un cinquantino.

Per un ciclista, mettersi tutto sulla destra è un invito a farsi superare a pelo, una manovra che è, o meglio, sarebbe vietata dal Codice della Strada, tanto quanto lo è occupare la corsia senza averne diritto.
Diciamo quindi che il ciclista che rispetta il codice alla lettera è sicuro solo in un mondo in cui anche gli altri lo rispettano allo stesso modo (come messo in evidenza questo ottimo post, e relativi commenti). In questo mondo ideale, un ciclista può rimanere a destra, sicuro che, al momento del sorpasso, gli verrà lsciato un adeguato spazio di sicurezza, sufficiente a compensare anche le sbandate improvvise.

Nel mondo reale, purtroppo, lo spazio di sicurezza lo lasciano in pochi, ed i ciclisti ligi alle regole rischiano pure di prendersi una portiera in faccia, a volta con conseguenze tragiche (vedi sopra).

Ecco quindi la necessità di impegnare la corsia; senza ripetere gli argomenti bene esposti nei due link precedenti, occupare lo spazio impone la propria presenza agli altri veicoli, aumentando la sicurezza. Può non essere simpatico per chi arriva da dietro, ma è una mossa razionale. La prossima volta che finite intruppati nel gruppo, provate a ricordarvelo.

Son of Giamanassa

(mi scuso per l’assenza prolungata. Per farmi perdonare, oggi post doppio, che in pratica dimezza l’attesa)

I ciclisti mi sono simpatici

(per chi invece li trova insopportabiil, si consiglia la lettura di questo)

Ogni tanto qualcuno sgrana gli occhi quando dico che vado a lavorare in moto; “Io in moto non ci andrei mai, è troppo pericoloso”. Al che di solito rispondo: “Se pensi che andare in moto sia pericoloso, non hai mai provato la bicicletta”.

Chi è mai stato su una promenade affollata sa benissimo quale ruolo la differenza di velocità ha nella circolazione; se si cammina al ritmo degli altri pedoni, gli urti sono rari, ma se si prova a correre, diventano inevitabili (ragione per cui fare jogging la domenica pomeriggio non è un’idea molto intelligente). Applicata ai veicoli, questa semplice risultanza imporrebbe di tenere mezzi a motore e /mezzi a pedale ben separati (ed entrambi lontani da chi si muove a Tacchi & Suole). Purtroppo, spesso questa separazione non è possibile, vuoi per oggettiva mancanza di spazio, vuoi per miopia in fase di progettazione della rete viaria. Il risultato è che i ciclisti si espongono a rischi raccapriccianti, e vivono una realtà fatta di collisioni quotidianamente mancate per un pelo. Ecco un paio di esempi significativi.

Notate come in entrambi i casi i conducenti nei video si accorgono della presenza delle due ruote soltanto una volta che ce l’hanno quasi sul cofano, o dentro la portiera. I ciclisti sembrano avere il dono dell’invisibilità, e non è un gran vantaggio. Non stupisce che, messi di fronte a frequenti occorrenze di questo tipo, i ciclisti abbiano sviluppato alcuni meccanismi di difesa, il più comune dei quali è occupare il maggior spazio possibile. Anche in questo caso, abbiamo un contributo dalla regia:

Di fronte ad una situazione come quella del video, la reazione immediata dell’automobilista medio (ed anche di quello superiore) è una sequela di invettive contro quegli arroganti in pantaloncini di Lycra che non rispettano il codice e stanno in mezzo alla strada. Sarebbe però utile anche guardare la situazione dall’altro punto di vista, cioè da sopra il sellino, come spiegato in questo post ed in quest’altro.

Per chi non ha tempo di leggere, ecco il riassunto operativo: maggiore la porzione di corsia lasciata libera dalla bici, minore la distanza di sicurezza durante il sorpasso, con tutto quello che ne consegue. E nel caso foste tra quelli che pensano che lasciare un metro e mezzo di spazio quando si supera una bici sia inutile, il consiglio è di tenere conto che una bici può sbandare, anche di molto

Da quanto sopra segue che alcuni comportamenti apparentemente incivili dei ciclisti hanno una certa logica; ce ne sono altri però davvero più difficili da comprendere e giustificare. Per esempio, alcuni rappresentanti della categoria sembrano avere un atteggiamento piuttosto ‘casual’ nei riguardi della propria incolumità, convinti che il compito di preservarla spetti ad altri. Mi riferisco per esempio ai ciclisti che si immettono nel traffico in momenti inopportuni

o senza proprio guardare

E questo non è certamente il peggio; oltre ad ignorare le regole basilari di prudenza, qualcuno ignora pure quelle del codice della strada, in particolare per quello che riguarda i semafori.

Non penso di essere gratuitamente polemico se osservo che si tratta di comportamenti sufficienti a rovinare quasi completamente l’immagine dell’intera categoria. Da notare che la situazione è condivisa con un’altro gruppo che non gode di grande immagine: quello dei bikers. Anche nel caso dei ciclisti a motore, infatti, il comportamento francamente irritante di alcuni è bastevole a rovinare la reputazione di tutti, comprese quelle situazioni nelle quali il motociclista è oggettivamente parte debole e offesa.
Mal comune, in questo caso, non fa affatto mezzo gaudio.

Son of Giamanassa

PS
(mi scuso per l’assenza prolungata. Per farmi perdonare, oggi post doppio, che in pratica dimezza l’attesa)