Perché succedono gli incidenti (Parte V)

Buongiorno, e ben ritovati a tutti. Ci siamo lasciati qualche tempo fa parlando di ciclisti, di certi loro comportamenti discutibili, e della loro vulnerabilità. Le settimane intercorse dalla publicazione di quegli ultimi post sono state riempite, purtroppo, da una sequenza terribile di incidenti. Incidenti che hanno coinvolto personaggi molto in vista che andavano in bici.

Si è cominciato con l’incidente che ha portato via Michele Scarponi; è stato poi il turno di Chris Froome, plurivincitore del Tour, speronato di proposito da un automobilista durante un allenamento. Infine, una distrazione, o un errore, forse non lo sapremo mai, è costata la vita a Nicky Hayden, uno che la vita la rischiava di mestiere, in sella bolidi da oltre 300 all’ora.

Anche nel caso di incidenti di alto profilo come quelli appena elencati, l’attenzione dei media si spegne dopo qualche giorno, e spesso non si riesce ad avere una ricostruzione dettagliata delle dinamica dei fatti. Ricostruzione che secondo me sarebbe fondamentale come strumento di prevenzione; ingenuamente, credo che sapere se sono stati fatti errori, e quali, potrebbe aiutare a non ripeterli in futuro, a patto di essere disposti a prestare attenzione.
Questo è probabilmente l’ostacolo più grosso. Ci sono in giro alcune persone, alcuni conducenti, che sembrano refrattari a qualsiasi tipo di messaggio di sicurezza, e sembrano considerare il condurre una attività banalizzabile, a cui dare non più importanza di altre. Ci sono persone, mi permetto di dire, che guidano in maniera sciatta, e secondo me al volante non ci dovrebbe essere posto per la sciatteria.

Qualche giorno fa (non fatevi ingannare dal timbro del video, la telecamera si era resettata dopo essere rimasta con la batteria scarica) mi è capitato di assistere a questa scena.

Di gente che taglia le curve a sinistra ne vedo ogni giorno, tanto che dopo aver loro dedicato un post tempo addietro non le registro nemmeno più. É un comportamento che sembra ormai nemmeno più censurabile.
Ma qui non parliamo di mettere una gomma o due oltre la riga di mezzeria; questo qui la curva se l’è fatta “all’inglese”, ed è mancato poco si facesse anche l’auto proveniente in senso contrario.

Riguardate il video, e provate a dare una risposta non incriminante a questa domanda: come si fa a prendere una curva a quel modo?

Aspetto suggerimenti.

Buona giornata.

PS
Qui i link alle puntate precedenti nella serie.

Attenzione, popolazione!

Prima di tutto, le mie scuse per il lungo silenzio. Per un paio di settimane ho avuto molto da scrivere a proposito di un certo referendum che si è tenuto nel Regno Unito (evvai!), e questo ha rovinato un po’ il ritmo di produzione per il blog. Spero di non esservi mancato troppo.

Fatta la premessa, passiamo all’ordine del giorno. Di solito quello che scrivo segue un filo logico tradizionale (o almeno voglio sperarlo): si parte da una premessa, la si sviluppa portando anche alcuni esempi, e si arriva ad una conclusione.
Per il post di oggi le carte verranno rimescolate un pochino; partirò dal fondo e viaggerò a ritroso.

Ecco quindi la fine della storia di oggi: una moto per terra, per fortuna senza danni apparenti alle persone.

Di fronte a situazioni come questa, mi faccio alcune domande: per prima cosa, mi chiedo se qualcuno si è fatto male, e se posso essere di aiuto in qualche modo. A dire il vero, spero sempre che la risposta alla seconda domanda sia negativa; assistere una persona ferita non è una operazione che si improvvisa, e a me manca persino la formazione di base (una delle duecentotrentacinque cose che vorrei fare se trovassi il tempo).
Una volta accertato che non ci sono danni gravi alle persone, cerco di capire la dinamica dell’incidente; un po’ per soddisfare una curiosità naturale, e un po’ per capire quali errori sono stati fatti, onde non farli a mia volta.

Nel caso dell’incidente di cui sopra, penso di essere arrivato ad una ricostruzione quasi completa. Anzitutto, ho una ripresa dei veicoli coinvolti, fatta pochi istanti prima della collisione.

In più, pochi minuti prima stava per capitarmi la stessa identica cosa, e praticamente nello stesso punto:

Ripercorriamo i vari passi a ritroso, che è poi l’ordine in cui si sono svolti (se siete confusi, guardate l’ora di ciascun video, dovrebbe aiutare). Per prima cosa, in quel punto c’è spesso coda, che viene nascosta alla vista dal dosso della strada. Per cui uno esce dalla rotatoria (quella del terzo video) e accelera, aspettandosi che l’auto davanti acceleri a sua volta. Dopo di che l’auto frena di colpo, perché ha visto la coda, e chi era dietro, se non è pronto, rischia di andargli a dare un bacino sul bagagliaio; come appunto rischiamo di fare sia io che il collega in scooter (quest’ultimo più sorpreso di me, visto che arriva addirittura a mettere un piede per terra per controllare la frenata).

Più tardi, in un punto appena avanti, troviamo l’Audi bianca e la Honda Pan European subito dietro. La strada già scende, quindi la visibilità è buona, ma il collega probabilmente è distratto. L’Audi frena a causa della coda, che c’è ancora, e la Honda ci finisce dentro. Con le (ridotte) conseguenze che abbiamo visto.

Insomma, all’origine della storia c’è probabilmente una distrazione; il che non è una conclusione granché originale, lo ammetto. Vediamo allora di raffinarla un pochino.
Ci sono molti modi per distrarsi; perché si è stanchi, perché si sta cercando un Pokemon (pare sia l’ultima moda) o perché si pensa di sapere già che cosa c’è sulla strada, e quindi si presta meno attenzione. Quest’ultimo comportamento è più probabile lungo i tragitti abituali, che si fanno spesso, per esempio per recarsi al lavoro. Se si fa la stessa strada ogni giorno, la si impara a memoria, ed è quindi più difficile rimanere all’erta e attenti. Anni fa, sullo stesso tema girava
un bello spot inglese sulla sicurezza stradale.

C’è qualcuno che ha detto (ma non ricordo dove, quindi purtroppo non posso dare il r giuto riconoscimento): quando si va in moto, fare cento volte gli stessi dieci chilometri non equivale ad aver fatto mille chilometri (vale anche per le auto, ovviamente).

Questo collima con la conclusione di cui sopra, e con il messaggio dello spot inglese. Un tratto di strada guidato ‘a memoria’ insegna poco, e non allena quelle capacità di attenzione ed analisi che sono fondamentali per ridurre i rischi.

Having said all this, come direbbero quelli che hanno deciso di abbandonare il Titanic Europeo, c’è da notare che è possibile distrarsi anche in luoghi che si frequentano molto di rado, e dove quindi si dovrebbe essere naturalmente portati a prestare attenzione; qui sotto fornisco un esempio piuttosto eclatante:

(per chi se lo chiedesse, è la Promenade, proprio *quella* Promenade, ma ripresa parecchie settimane fa).

Son of Giamanassa.